#MatteoRisponde: è vera disintermediazione? E se si, a cosa serve?

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13 marzo 2016
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Matteo Renzi ha deciso di utilizzare Facebook Mentions per “parlare” in diretta su Facebook e su Twitter agli utenti: un’azione di comunicazione sicuramente interessante dal punto di vista tecnico e strategico che in molti hanno salutato in maniera entusiasta. Anche i numeri dell’operazione sono interessanti dato che, solo contando gli utenti raggiunti sui social network e come ha twittato il Consigliere di Palazzo Chigi Paolo Barberis, è possibile contare sui due milioni di persone raggiunte. A queste vanno sommati anche i cittadini raggiunti dall’eco dell’operazione stessa, generata da servizi televisivi, dai giornali che riportano “l’evento”, dai blog e dagli influencer che continuano a parlarne in rete in queste ore, generando un “buzz” importante.


Alcune caratteristiche dell’operazione (in breve)

L’esperimento di comunicazione è certamente andato bene dal punto di vista di Matteo Renzi e del suo staff: un momento “particolare” in cui i cittadini hanno potuto porre domande attraverso i social network generando un botta e risposta inedito (in Italia). Quali sono state, però, le caratteristiche dell’operazione, dal punto di vista meramente comunicativo?

  • Tono colloquiale: il tono di Matteo Renzi è quello che utilizzerebbe un vecchio amico del liceo che incontriamo dopo qualche tempo, pronto a dirci come la pensa su vari temi centrali per la vita del Paese (dall’energia al caso marò, dalla questione degli 80 euro fino alle motivazioni che lo hanno spinto a visitare gli USA); il tono si riflette sull’abbigliamento, una semplice camicia bianca con le maniche arrotolate e l’iPhone (si, è parte dell’abbigliamento) che può tranquillamente ricordare un nostro collega dell’ufficio a fianco.
  • Contesto istituzionale ma “amatoriale”: le bandiere dell’Italia e dell’Europa appena accennate sullo sfondo lasciano intendere che siamo in un contesto istituzionale, ma nonostante l’ufficialità del momento siamo decisamente lontani dai video-comunicati di Berlusconi, la cui caratteristica principale era proprio lo studio fin nei minimi dettagli dei libri sullo sfondo, della telecamera centrata, della musica in sottofondo; il salto dalla dimensione televisiva al broadcasting tramite i social si vede proprio dalla finta “amatorialità” della ripresa, dall’idea di “backstage che filtra (non siamo in una conferenza ufficiale, siamo seduti al tavolo con Renzi).
  • Cambi di ritmo e pause: il Premier alterna continuamente cambi di ritmo e pause; sembra un dettaglio da poco conto ma in realtà è un atteggiamento studiato. Quando si parla del caso Regeni e i Marò il tono diventa sommesso, triste, addirittura si lascia andare ad un empatico “speriamo che vada tutto bene”, un’espressione che useremmo in famiglia di fronte ad un ostacolo da superare importante; dall’altra parte, quando si tratta di imprese e viaggi del Premier il tono cambia repentinamente, celebrando quelle che vengono presentate come vittorie e azioni importanti (stiamo parlando di comunicazione e non di contenuti).
  • Lessico auto-referenziale: nel linguaggio ci sono moltissimi “io” e pochi “noi”; la maggior parte del video consiste in una rassegna delle azioni compiute dal Governo presentate in un’ottica estremamente positiva con pochissima auto-critica; la struttura è quella di un imputato che passa il tempo a difendersi da accuse e domande, attraverso arringhe che in alcuni casi sembrano essere studiate e preparate. “Il Governo ha fatto…”, “Sono andato in Nevada per…”, “Rivendico che il Governo ha realizzato”, ecc. ecc.
  • Risposte anche ad alcuni fake provocatori: Matteo Renzi è davvero in cabina di regia e sceglie a chi rispondere e a chi no; in alcuni casi risponde anche ad alcuni fake provocatori che gli rivolgono domande che possono essere complesse da gestire, come quella fatta da “Silvio_Renzi” relativa alle vicende bancarie del padre, vicende a cui il premier risponde senza esitazione ma mostrando in qualche secondo un po’ di irritazione (“un altro fake a cui va un nostro abbraccio fortissimo”).

 

A photo posted by Nomfup (@nomfup) on

 

Le 4 considerazioni conclusive (emerse dalla rete)

Quello che vorrei evidenziare è (anche) la sostanza dell’operazione in quanto tale dal punto di vista informativo, provando a mettere insieme un po’ di considerazioni che alcuni esperti e opinionisti in rete hanno espresso sul tema:

  1. Renzi ha inaugurato le “chiacchierate intorno al caminetto 2.0”, cercando di empatizzare con il pubblico. Secondo Giovanni Boccia Artieri, Matteo Renzi inaugura i “nuovi discorsi al caminetto”, citando quelli celebri di Franklin Delano Roosevelt che iniziarono per via radiofonica nel 12 marzo 1933. La situazione qui però è molto differente (come dice lo stesso Boccia Artieri), perché se è vero che Renzi riprende lo stile confidenziale di Roosevelt, qui sono gli utenti a porre domande e a cercare risposte immediate attraverso la velocità di un tweet. Il trionfo della disintermediazione in cui, però, è lo stesso Renzi (e non il suo staff) che sceglie a quali domande rispondere e quali, invece, ignorare.
  2. In queste “chiacchierate” i giornalisti non sono ammessi alla discussione. Proprio per evitare l’intermediazione, Matteo Renzi decide sistematicamente di evitare le domande di giornalisti (gli intermediari per eccellenza) che arrivano via Twitter, per porsi all’ascolto diretto degli utenti. Addirittura ad un certo punto dice di aver “sgamato” Gaia Tortora, giornalista di La 7, a cui non avrebbe risposto. La domanda vera però a questo punto è: l’intento di Renzi è rispondere davvero ai dubbi dei cittadini o mostrarsi semplicemente vicino a loro, comunicando empatia?
  3. Il linguaggio di Renzi è confusionario e le risposte prive di verificabilità. Come ben scrive Simone Cosimi su Wired, “il dialogo (in genere, ndr) prevede un botta e risposta e una replica fino a giungere a una sintesi condivisa o a una rottura inevitabile. In #matteorisponde l’ultimo passaggio non esiste e dunque si può più che altro parlare di monologo stimolato. Supportato da un’ambientazione formale e da uno stile informale: da un lato lo studio palazzo Chigi, certo non una strada sterrata di periferia, ma anche delle maniche arrotolate, dal Mac, dell’iPhone, da un linguaggio spesso confusionario e poco lucido. Insomma, una mini Leopolda (suo malgrado) in trasferta”. In sintesi, uno spettacolo interessante, quindi, ma con contenuti superficiali e poco verificabili.
  4. La stampa e i mezzi di informazione non hanno fatto una bella figura. Molti giornali hanno semplicemente embeddato il video, senza commentarlo, senza aggiungere nulla: hanno semplicemente amplificato il messaggio di Renzi senza darne un quadro interpretativo, senza offrire niente ai lettori. È una considerazione di Claudia Vago che, sul suo blog, ha anche fatto una proposta interessante a Matteo Renzi: “propongo di replicare un’intervista in stile #matteorisponde con domande che provengono dalla Rete. Il video, però, sarà embeddato anche in un sito creato ad hoc nel quale, accanto al video, starà una chat a cui parteciperanno 5-6 persone, giornalisti ed esperti, che potranno commentare in diretta ed effettuare una sorta di fact checking e a cui Renzi potrà ovviamente rispondere, come risponde alle persone che commentano su Facebook e su Twitter”. A differenza di quanto visto, sarebbe sicuramente più interessante non solo nella “spettacolarizzazione” del format, ma anche sul piano dei contenuti (e risolverebbe almeno una parte dei dubbi di Simone Cosimi).

 


Il fine di Matteo Renzi e di #matteorisponde non è il messaggio, ma il mezzo: attraverso un’ora di diretta il premier ci manda un’immagine giovane, dinamica, di un politico che vuole essere attento ai bisogni dei cittadini e che è “avanti” rispetto ai suoi colleghi. Il problema però è che si sceglie le domande a cui risponde (un po’ troppo comodo), ignora i giornalisti (facendo eco al populismo che li vuole colpevoli, non sempre a torto), risponde con alcuni espedienti (la riforma per gli 80 euro sui pensionati è “allo studio”…). In sintesi, molta spettacolarizzazione, ottima scelta del mezzo, sicuramente una case history di comunicazione politica, ma dal punto di vista dell’informazione poca roba (per chi fosse interessato ai contenuti, quel poco che è emerso è stato raccolto dall’Huffington Post).

In conclusione: si, è vera disintermediazione, ma è anche vero che non offre un servizio di informazione reale ai cittadini; si tratta di una mossa di comunicazione politica in cui, guarda caso, i giornalisti non sono ammessi e non si crea alcun approfondimento. Ottima operazione quindi, ma l’informazione (per fortuna) la fanno ancora i giornali (quelli attenti, almeno).

Flusso di Tweet

Una parte della conversazione su Twitter di #MatteoRisponde

Eugenio Maddalena
Eugenio Maddalena
Consulente e formatore di comunicazione e marketing digitale. Appassionato delle dinamiche che riguardano l’impatto delle nuove culture digitali all’interno della società, dal business alla politica. Nasce nel 1987, anno in cui si sono sciolti gli Smiths e sono nati i Nirvana.

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